L’Imprenditore di Einaudi: Riflessioni sui Pazzi che fanno Impresa

La storica riflessione sull'imprenditore di Einaudi

Se vogliamo capire chi è davvero un imprenditore, dobbiamo liberarci dai pregiudizi e dalle definizioni sterili dei manuali di economia. Un imprenditore non è solo un proprietario d’azienda, ma qualcuno che crea, rischia, innova.

Lo aveva spiegato con lucidità Luigi Einaudi, uno dei più grandi economisti italiani, con parole che oggi suonano quasi profetiche:

“Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. È la vocazione naturale che li spinge; non soltanto la sete di guadagno.
Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno.
Se così non fosse, non si spiegherebbe come ci siano imprenditori che nella propria azienda prodigano tutte le loro energie ed investono tutti i loro capitali per ritirare spesso utili di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente e comodamente ottenere con altri impieghi.”

Einaudi aveva colto l’essenza dell’imprenditoria: fare impresa non è una scelta razionale, è una vocazione.
Non è solo il guadagno a muovere un imprenditore, ma il desiderio di costruire qualcosa di proprio, di lasciare un segno, di creare valore.

Se il solo obiettivo fosse il denaro, molti avrebbero già chiuso, cercando alternative più sicure e redditizie.
E invece, vanno avanti.

Ma c’è un problema: oggi la vera impresa è sotto attacco. Non da parte degli imprenditori, ma delle multinazionali.

Gli imprenditori non sono il problema, lo sono i colossi

Quando si parla di “imprenditori”, si fa spesso di tutta l’erba un fascio. Si mettono sullo stesso piano chi guida una piccola impresa familiare e chi gestisce una multinazionale con bilanci miliardari.

Questo è il più grande errore della narrazione economica.

L’imprenditore vero, quello delle PMI, è il cuore dell’economia reale. È colui che lavora giorno e notte per far crescere la sua azienda, investe tutto quello che ha per farla sopravvivere e crea posti di lavoro veri, quelli che danno stabilità alle persone. È quello che deve destreggiarsi tra tasse, burocrazia e normative sempre più opprimenti, con poche tutele e nessun margine di errore.

Le multinazionali, invece, giocano un’altra partita. Operano con capitali infiniti e con l’appoggio di governi e istituzioni. Non hanno radici in nessun territorio e possono delocalizzare ovunque trovino manodopera a basso costo. Drenano ricchezza dai mercati locali e la spostano nei paradisi fiscali, aggirando le regole con una forza che una PMI non può nemmeno sognarsi.

Eppure, chi viene demonizzato? Chi è che viene accusato di essere il problema? L’imprenditore.

Quello che si spezza la schiena per pagare stipendi e contributi viene messo sullo stesso piano delle corporation che evitano le tasse, sfruttano le persone e distruggono il tessuto produttivo locale.

Questa è la vera ingiustizia.

Fare impresa è da pazzi

In Italia, chi prova a fare impresa viene guardato con sospetto.
Un evasore. Un privilegiato. Un padrone.

Ma la verità è un’altra.
Chi fa impresa non è un furbo. È un pazzo.

Perché fare impresa non è la scelta più logica.

Chiunque voglia una vita tranquilla, con meno stress e più certezze, farebbe meglio a non aprire mai un’azienda.

Chi fa impresa sceglie consapevolmente di lavorare più di tutti, senza orari fissi e senza ferie garantite. Sa che dovrà pagare per primo e incassare per ultimo, che dovrà investire soldi propri senza alcuna certezza di ritorno. Ogni giorno dovrà scontrarsi con una burocrazia paralizzante, un sistema fiscale soffocante e normative che sembrano fatte apposta per penalizzare chi produce valore.

Eppure, migliaia di persone continuano a farlo. Perché?

Eppure, senza imprenditori, non ci sarebbe nulla

Ed è qui che arriva la grande contraddizione.

Viviamo in un Paese in cui chi fa impresa è trattato con diffidenza, ma senza imprenditori non ci sarebbe nulla.

Niente aziende, niente prodotti, niente servizi, niente posti di lavoro.
Senza chi rischia, senza chi investe, senza chi crea, il sistema collasserebbe.

Eppure, chi prova a fare impresa in Italia si ritrova schiacciato da ostacoli e diffidenza.
Come se creare opportunità fosse un crimine.

Se un imprenditore ha successo, è un evasore. Se fallisce, è un incapace. Se cresce, è un privilegiato. Se chiude, “se l’è cercata”.

Questa mentalità ha fatto danni enormi, soffocando la crescita e bloccando l’innovazione.
Ma la verità è semplice: gli imprenditori non sono il problema, sono la soluzione.

Un messaggio per chi fa impresa oggi

Se sei un imprenditore, sai bene cosa significa portare sulle spalle il peso di un’azienda.
Sai cosa vuol dire prendere decisioni difficili, affrontare crisi, gestire responsabilità che nessuno vede.
Sai cosa significa rinunciare a certezze che chiunque altro considera scontate, lavorando ogni giorno con la consapevolezza che non esistono garanzie.

Ma sai anche un’altra cosa:
se non ci fossero i pazzi come te, questo Paese sarebbe fermo.

E allora, la prossima volta che qualcuno ti guarda con sospetto, sorridi.
Perché sì, sei pazzo.

Ma sappi anche che sono proprio i pazzi come te a costruire il futuro.

2 commenti su “L’Imprenditore di Einaudi: Riflessioni sui Pazzi che fanno Impresa”

    • La descrizione di Einaudi di questa primordiale vocazione dell’imprenditore, oltre ad essere molto bella fa anche molto riflettere. Gli ostacoli che ogni giorno gli imprenditori devono affrontare sono assurdi, specie in Italia, dove persino lo Stato non si astiene dal mettere il suo bastone fra le ruote!!

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